Era meglio quando c'erano gli Squallor

Gli Squallor

di Luca Barattoni

Eravamo nell’estate del 1983, alla radio si ascoltavano le hit parade, ma restava un punto oscuro, un LP che, pur essendo piazzatissimo con le sue 180.000 copie, non riusciva ad erompere attraverso l’integralismo para-sanremese della Rai – Vasco Rossi sì, ma Arrapaho degli Squallor manco a pensarci. La maestria tutta italiana nel non saper riconoscere i propri artisti aveva fatto un’altra vittima illustre – perché gli Squallor, il cui nucleo base consiste del toscano Giancarlo Bigazzi, del napoletano Totò Savio, del milanese Daniele Pace e del “mulatto” foggiano [napoletano ndr] Alfredo Cerruti, ha saputo creare dal 1973 – anno del loro primo lp Troia – al 1994, anno di Cambia Mento, una serie di miniature musicali e sottogeneri (canzone napoletana, “sfilate”, saga di Pierpaolo, duetti Cerruti-Pace ecc.) capaci di sferrare magli devastanti al decoro italiota dello spettacolo e dell’informazione, della politica e della religione.

E se vogliamo rendere loro giustizia possiamo fare tutto ma non romperci la testa per collocarli a “destra”, “centro” o “sinistra”, depotenziandone così la visione critica e affidandoci a cliché che sono quanto di più lontano ci sia dalla ricchezza della loro opera.
Svincolandoli così dalla posa contestatrice di altri “rivoluzionari in Ferrari” resta una forza pura di dileggio che certo non si esaurisce nella “goliardia” normalizzatrice – in realtà non è consentito neanche di fermarsi a cuor leggero ai dati anatomici delle copertine: c’è sempre un dettaglio disturbante, un particolare che impedisce di liquidare il tutto come barzelletta sporca – lo stesso avviene nelle canzoni, i cui momenti più divertenti e inquietanti coincidono con sfasature linguistiche apparentemente innocue, non con allusioni sessuali ma con le parole ripetitive della quotidianità più trita che vengono sconvolte da terremoti lessicali capaci di aprire squarci sull’angoscia e il disagio dell’esistente. Così la loro straordinaria voce, Alfredo Cerruti, è un sisma linguistico che si abbatte sulla frusta lingua del nostro paese e sulle sue applicazioni retoriche nell’ipocrisia e nel moralismo dell’informazione, della canzone, della politica: “presi dall’entusiasto“, “giorgio per giorgio“, “la corteccia di ferro“, “lenti a contratto” – gli Squallor, anche prima di volerne indagare il significato sociologico o musicale, restano un potente simbolo di bisogno di divertimento e creatività.
I quattro, poi prematuramente abbandonati dallo scomparso Pace, tutti professionisti del mondo dello spettacolo (produttori, musicisti, autori di testi, ecc.) si ritrovano durante abbondanti libagioni e sbicchierate a parlare delle situazioni di cronaca più attuali – ed è lì che il maestro Savio inizia a rimuginare e limare le prime basi su cui si innesta l’inventiva (o, come dice il saggio Bigazzi, “dove parte la puttanata”) degli altri tre, prima su un canovaccio poi a ruota libera – si passa in studio, nei primi LP l’aspetto artigianale prevale, poi i miglioramenti tecnici consentono di sincronizzare l’impasto verbale con le basi orchestrali, imprescindibile accompagnamento del gruppo, che tiene giustamente a sottolineare il fatto di “aver sempre suonato”.

Nascono così le canzoni napoletane interpretate dal maestro Savio e i cui echi si ritrovano anche in Pino Daniele, strabilianti escursioni nei vicoli popolati da gente inconcludente ma malata di sesso che si nutre di muzzarella e bucchina, lontani anni luce dalle cartoline col golfo – continua con un capitolo ad ogni LP la saga di Pierpaolo, figlio viziato di industrialotti che stornano fondi neri alle aziende, e se per caso resta una base inutilizzata ci pensa Cerruti a mettere in piedi dal nulla una bella marcia o una bella sfilata, come è il capolavoro degli Squallor, L’alluvione, in cui assistiamo ad un Vajont pianificato dallo stato italiano. Perché è insufficiente dire che gli Squallor “allargano le categorie del poetabile” facendo canzoni sugli “aspetti più squallidi dell’esistenza” – si spingono invece fino al cuore del problema, cantautori più di protesta di quelli di professione, per l’accento dissacrante o morboso di Daniele Pace nel tratteggiare commercianti e preti, capace di consegnarci un universo autonomo in cui le risposte accettate da tutti sono insufficienti e bisogna sporcarsi le mani per sondare le emozioni e le idee ci chi è contro. Per questo i loro gusti musicali puntano verso veri artisti – a parte i grandi, gli Squallor prediligono Elio e le storie tese come rappresentanti della musica “demenziale” (etichetta umiliante di cui ci serviamo per meri motivi di comodità e spazio) e i C.S.I. come gruppo capace di costituire un punto di riferimento nuovo per la musica italiana.

Gli Squallor devono molto, a loro volta, alla commedia (all’) italiana – addirittura il funerale di Pace fu un nuovo motore di scherzi e battutacce, come nel film di Mario Monicelli “Amici miei”. (Pare che al funerale, Cerruti in lacrime, abbracciando Savio e Bigazzi, abbia esclamato: “E ora siamo rimasti in tre!… come i Police!”). Restano il cinismo amaro, la constatazione della miseria spirituale che nasce dopo una risata mai veramente liberatoria – come dimenticare hit quali USA for Italy, in cui i nostri si fanno beffe devastanti del carrozzone pietistico-mediatico sul quale sorse il Live Aid in perfetto stile anni ottanta?

La “rivolta” degli Squallor è così un esorcismo contro la vecchiaia, un invito a sovvertire con improbabili amplessi le leggi ripetitive della vita (La guerra del vino), uno sberleffo letale per le leggi del rispetto e delle parole che non significano nulla e decorano (La novia) – canzoni che nascono durante i “banchetti” e prendono di petto la paura di restarci secchi, di non potere far più scherzi. Così nasce il dialogo con l’orchestra, cresce la voglia di interagire e appartenere alla realtà… finché all’apice non ritorna la sapida puttanata di cui sopra, mentre quando l’ascoltatore si aspetta una discesa inarrestabile nella “parolaccia”, ci scappa magari il termine colto, o la voce di Bigazzi si neutralizza come quella di uno speaker di telegiornale. È insomma una stagione di creatività che, purtroppo, sembra essersi conclusa: il maestro Savio continua a lavorare, anche dopo la terribile operazione alla gola – e così Bigazzi e Cerruti, gentilissimi e modesti, equilibrati e pacati nel delimitare, con l’autore di queste righe, la portata della loro opera che, nei momenti migliori, è esempio straordinario di beffa al contegno, all’ipocrisia e alle “versioni ufficiali”. Dato il ritegno che mi ha colto nel sentire la reale fatica che il maestro Savio ha oggi nel sospirare appena qualche parola, e la timidezza di Cerruti il quale a volte, prima di entrare in sala d’incisione, andava “gasato” con un paio di bicchierini, tutte le informazioni riguardanti le “procedure” degli Squallor e le notizie sui componenti provengono al 99% da Bigazzi. Quindi, più che le copie sequestrate dal pretore di turno o la copertina censurata perché presenta Bossi con un paio di coglioncini a mo’ di sottogola (Cambia Mento) dispiace di più la fretta di liquidare come goliardi della domenica artisti e musicisti – auguriamoci almeno abbiano aperto una strada.

Discografia

1973 – Esce l’album Troia, contenente la prima canzone degli Squallor, 38 Luglio, ideata da Bigazzi che voleva prendersi gioco delle atmosfere e della dizione “alla Alberto Lupo”. Contiene anche Raccontala giusta Alfredo.
1974 – Esce Palle.
1977 – Due album: in Vacca Gianni Boncompagni scrive il brano Gentleman; Pompa è un prodotto memorabile, con brani come Unisex, “reinterpretato” da Cerruti su di una celeberrima base del maestro Savio per Raffaella Carrà. (Il brano della Carrà è “Festa“, versione spagnola di “Fiesta”, di Boncompagni-Ormi). In più vi sono brani storici quali Berta, Sfogo contro i cantautori di sinistra con ville a Montecarlo, Famiglia Cristiana che inizia la saga di Pierpaolo e la Marcia dell’equo canone che è l’archetipo delle “marce” di Alberto Cerruti.
1978 – La stagione creativa degli anni settanta si chiude con Cappelle, che include fra le altre la straordinaria Crosta Center Hospital.
1980 – È l’anno di Tromba.
1981 – Gli Squallor pubblicano Mutando, con gli hit Tombeado e Cornutone.
1982 – Esce Scoraggiando, coi brani “riempipista” Telefona… e Noè.
1983Arrapaho si piazza fra gli LP italiani più venduti dell’anno, complici brani come El toro e Avida.
1984 – Continua la gratificazione del pubblico con Uccelli d’Italia, uno dei prodotti migliori del gruppo, che contiene Al Traditore.
1985Tocca l’albicocca è l’ultimo album cui prende parte Daniele Pace. Contiene Usa for Italy.
1986 – Esce Manzo.
1988 – È la volta di Cielo duro, nel quale oltre ai capolavori L’incompiuta e Carceri d’oro compare, da un’idea di Renzo Arbore, il brano Mi ha rovinato il ’68. È anche l’ultimo LP in cui il maestro Savio interpreti una canzone napoletana – nel 1991 subirà infatti un intervento chirurgico che gli precluderà quasi completamente la possibilità di parlare.
1994 – Esce Cambia Mento – continuano le sfilate, continua la saga di Pierpaolo, e per sostituire il maestro Savio che comunque firma le musiche viene chiamato Gigi Sabani.

Gli Squallor hanno inoltre pubblicato un numero elevatissimo di raccolte e compilation. In una di queste troviamo un brano non compreso in nessun LP: Squallor hall, night long, ma questo pezzo non appartiene agli Squallor: è un’operazione puramente discografica che fece la CGD nel 1990 per rivalutare il catalogo (ristampato in quell’anno su cd). La base è opera dei fratelli Michelangelo e Carmelo La Bionda, (citati anche in Tutto il morto minuto per minuto ) dancettari di un certo successo verso la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 (quelli di “One for you one for me”, tornati l’anno scorso con “Ia ia dada”…) che la firmano pure.

Luca Barattoni
si ringrazia Fabio Fantini per alcune precisazioni.